Fotovoltaico sul tetto: cosa comporta la manutenzione dell’impianto nei dieci anni successivi

Fotovoltaico sul tetto

Il giorno dell’allaccio l’impianto è al massimo della sua forma. I moduli sono puliti, l’inverter è nuovo, i connettori sono appena crimpati e il ponteggio è ancora lì.

Da quel momento comincia una fase lunga, molto meno raccontata di quella dell’installazione, in cui l’impianto perde qualche punto percentuale, ne recupera con un lavaggio, si ferma per un guasto, riparte.

Chi ha comprato l’impianto guardando solo il tempo di rientro spesso scopre in corsa che quel calcolo aveva dentro una voce di costo e una voce organizzativa che nessuno aveva messo in evidenza.

Vediamo cosa succede davvero nei primi dieci anni, e soprattutto cosa cambia nel modo in cui si accede alla copertura.

Lo sporco sui moduli pesa più di quanto si creda

Il vetro di un modulo raccoglie polvere, particolato, polline, deiezioni di uccelli, e nelle zone agricole terra sollevata dai mezzi. La pioggia lava, ma non lava tutto e non lava sempre bene, soprattutto sui moduli poco inclinati dove l’acqua ristagna e lascia aloni sul bordo inferiore.

Uno studio pubblicato nel 2024 sulla rivista Renewable Energy, condotto anche con il Deutsches Zentrum für Luft und Raumfahrt, ha mappato le perdite per sporcamento in Europa.

Assumendo la pioggia come agente di pulizia perfetto, la perdita media annua europea si ferma allo 0,9 per cento; ipotizzando invece che la pioggia pulisca con un’efficacia del 10 per cento, la stessa perdita sale al 5,3 per cento.

L’Italia è fra i paesi con i valori più alti assieme a Spagna, Portogallo, Grecia e Turchia, con un divario netto fra il nord, dove le perdite restano sotto il mezzo punto percentuale nel modello di base, e il sud, dove i picchi superano il 3 per cento e nel modello modificato vanno oltre il 10 (Photovoltaic soiling loss in Europe, Renewable Energy, 2024).

Una macchia localizzata fa un danno sproporzionato rispetto alla sua superficie. Una cacca di piccione su una cella manda quella cella in ombra, e il diodo di bypass esclude l’intera stringa di celle a cui appartiene.

Perdete molto più di quanto la macchia occupi. Nei casi peggiori la cella ombreggiata si scalda e diventa un punto caldo, che nel tempo degrada l’incapsulante.

Gli inverter sono la parte che si sostituisce

I moduli hanno garanzie di prestazione lunghe, in genere venticinque o trent’anni con un decadimento dichiarato attorno allo 0,5 per cento annuo. L’inverter no. È un apparecchio elettronico con condensatori, ventole e schede di potenza, e le garanzie commerciali standard si fermano quasi sempre fra i cinque e i dieci anni, estendibili a pagamento.

Nella vita utile dell’impianto una sostituzione dell’inverter va messa in conto. Chi ha ottimizzatori o microinverter sotto ai pannelli ha spostato una parte dell’elettronica sul tetto, con il vantaggio di gestire meglio le ombre e lo svantaggio che ogni guasto di quei componenti richiede di salire e smontare il modulo sopra al quale sono fissati.

Non è un difetto della tecnologia. È una conseguenza progettuale che conviene conoscere prima di scegliere, perché cambia la frequenza con cui qualcuno dovrà camminare sulla vostra copertura.

Ci sono poi i componenti che nessuno guarda: i connettori MC4, che se accoppiati fra marche diverse producono contatti a resistenza crescente e scaldano, le scatole di stringa, i sezionatori in corrente continua, i cavi che nel tempo si appoggiano sulla lamiera e si abradono.

Il lato in corrente continua è il più delicato, perché un arco elettrico in continua non si estingue da solo al passaggio per lo zero come accade in corrente alternata, e un contatto allentato può restare acceso.

Ogni quanto ha senso salire

Il monitoraggio a distanza ha cambiato le regole. Con i dati di produzione per stringa e un confronto con l’irraggiamento, un calo anomalo si vede dal telefono senza mettere piede sul tetto, e quasi tutte le anomalie serie si presentano prima come uno scostamento nei numeri.

Chi guarda i dati almeno una volta al mese ha già fatto metà della manutenzione.

Il resto va fatto sul posto. Un controllo visivo e strumentale annuale è la cadenza che ricorre nei manuali dei costruttori e nella prassi di chi gestisce impianti: verifica delle connessioni e delle coppie di serraggio nei quadri, misura della resistenza di isolamento, controllo dello scaricatore di sovratensione, ispezione dei moduli per delaminazioni, chiocciole di lumaca e microfratture, pulizia dei filtri e delle ventole dell’inverter.

La termografia con camera a infrarossi si aggiunge quando c’è un sospetto, e individua punti caldi su celle, connessioni e morsettiere che a occhio nudo non si vedono.

Il lavaggio dei moduli è una voce a sé. In gran parte del nord Italia un intervento ogni uno o due anni copre la situazione normale, mentre vicino a strade molto trafficate, ad allevamenti, a cave o a zone con lunghi periodi secchi la frequenza sale.

Si fa con acqua demineralizzata e spazzola morbida, presto al mattino o alla sera, mai su vetro caldo, perché lo shock termico può fessurare la superficie. Niente idropulitrice ad alta pressione sui bordi dei telai: l’acqua entra nella scatola di giunzione e il danno costa più di dieci anni di sporco.

Chi può salire e a quali condizioni

Qui la faccenda smette di essere energetica e diventa un problema di sicurezza. Il decreto legislativo 81 del 2008 considera lavoro in quota qualsiasi attività che espone al rischio di caduta da un’altezza superiore a due metri rispetto a un piano stabile, e impone di privilegiare le protezioni collettive, cioè parapetti, impalcature, reti.

I dispositivi di protezione individuale, imbracatura e cordino con assorbitore, entrano in gioco quando le protezioni collettive non sono tecnicamente attuabili, e presuppongono due cose che sul tetto di una casa spesso mancano: un punto di ancoraggio idoneo e un piano di recupero della persona sospesa.

Il manutentore che sale sul vostro tetto è un lavoratore, quindi tutto questo lo riguarda direttamente.

Voi che commissionate l’intervento avete l’obbligo di verificare l’idoneità tecnico professionale dell’impresa, e quando i lavori coinvolgono più imprese scattano gli adempimenti del Titolo IV.

Il proprietario che sale da solo con una scala e una prolunga non ha un datore di lavoro alle spalle, ma ha esattamente la stessa gravità sotto ai piedi.

Un caso ricorrente: l’impresa arriva per una sostituzione di inverter da mezz’ora, trova un tetto senza nulla a cui agganciarsi, e a quel punto o rifiuta l’intervento o va di ponteggio. Un ponteggio montato per mezz’ora di lavoro costa più del pezzo di ricambio.

Come si predispone la copertura per rendere gli interventi ripetibili

La differenza fra un impianto che si manutiene facilmente e uno che diventa un problema si decide quando il ponteggio dell’installazione è ancora montato. In quel momento predisporre la copertura costa poco e non richiede nessun allestimento aggiuntivo. Due anni dopo tutto va rifatto da capo.

Predisporre significa prima di tutto avere un accesso definito. Un lucernario apribile con parapetto interno, oppure una scala fissa con gabbia, oppure un punto identificato per l’appoggio della scala portatile con dispositivo di aggancio in gronda.

Poi serve un percorso: la persona deve poter raggiungere ogni inverter, ogni scatola di stringa e ogni fila di moduli restando sempre collegata, senza sganciarsi per superare un ostacolo.

Sulle falde più lunghe questo si traduce in una linea di ancoraggio flessibile con più pali, dove la fune corre parallela al colmo e i passacavi intermedi permettono di transitare senza staccare il moschettone.

Il cuore del sistema sta sotto, non sopra.

Ogni palo si fissa a un elemento portante attraverso un ancoraggio strutturale dimensionato sul supporto reale, che sia un cordolo in calcestruzzo, un travetto in legno o una struttura metallica, con tasselli meccanici o resine bicomponenti a seconda del materiale e del carico.

La scelta fra ancorante meccanico e chimico non è indifferente: nel calcestruzzo fessurato o vicino ai bordi la resina lavora meglio perché distribuisce il carico sulla superficie del foro invece di concentrarlo sull’espansione. Il fissaggio deve reggere le forze che si scaricano durante l’arresto di una caduta, che sono molto superiori al peso della persona, e deve restare a tenuta d’acqua sul manto per tutta la vita dell’edificio.

Le famiglie di dispositivi sono definite dalla norma europea EN 795, dai punti singoli di tipo A alle linee flessibili orizzontali di tipo C fino alle rotaie rigide di tipo D. In Italia si affiancano la UNI 11578 per i dispositivi non coperti dalla norma europea e la UNI 11560 per la scelta e l’installazione sulle coperture.

Al termine dei lavori la documentazione che deve restare in mano vostra comprende la dichiarazione di corretta posa, il manuale d’uso, la planimetria con la posizione dei punti e il numero massimo di operatori che il sistema regge contemporaneamente.

C’è un aspetto di coordinamento che si perde quasi sempre. Chi monta i pannelli e chi installa il sistema anticaduta sono spesso due imprese diverse, e se la posa dei moduli parte prima si finisce con il palo che va a cadere esattamente dove doveva stare una fila, oppure con la linea sistemata in un punto che non serve a nessuno.

Il nostro consiglio è di far coincidere il progetto elettrico e quello degli ancoraggi sullo stesso disegno di falda, prima che qualcuno ordini i materiali.

Cosa chiedere prima che il ponteggio venga smontato

Ci sono quattro cose da farsi consegnare mentre l’installatore è ancora sul posto. Lo schema di stringa aggiornato, con la corrispondenza fra numero di stringa e posizione fisica sulla falda, che serve al primo guasto per capire dove guardare.

Le credenziali complete del portale di monitoraggio, intestate a voi e non all’installatore. Il piano di manutenzione con le scadenze e le coppie di serraggio dei morsetti.

La documentazione del sistema di ancoraggio, se lo avete fatto installare.

Fissate anche la data della prima verifica periodica dei punti di ancoraggio, che i fabbricanti prevedono a cadenze definite nel manuale, spesso annuale.

È la stessa logica della revisione dell’auto, e senza quel controllo un sistema installato dieci anni fa dà una sicurezza che nessuno ha più misurato.

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